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1978 gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano (1978)
Testi: Demetrio Stratos
[Liberamente tratti da: Il bandito del deserto (da una
qasida di Shànfara nella redazione di Francesco Gabrieli). Hommage
à Violette Nozières (da un passo di Breton citato in
Dupuis, Controstoria del surrealismo, Roma, 1978). Ici
on dance! Da Breton-Eluard, L'immacolata concezione).
Acrostico in memoria di Laio (da Jacques Lacan, Sulla teoria
del simbolismo di Ernest Jones (1959) e Funzione e campo
della parola e del linguaggio (1953) in Scritti,
Torino, 1974].
Produzione e arrangiamenti: Area
Cover: Studio Lapis
Fotografie: Cesare Monti
Registrato e missato nel mese di aprile del 1978 presso gli
studi "Sciascia Sound", Rozzano
Sound engineer: Allan "Beep" Goldsberg.
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Ares Tavolazzi: contrabbasso, basso elettrico, trombone
Patrizio Fariselli: Pianoforte, tastiere, organo positivo
del 600
Demetrio Stratos: voce, organo Hammond, pianoforte,
tastiere
Giulio Caprozzo: batteria
Fernanda Paloma Pawìnsquaw: il cane
Guardati
dal mese vicino all'aprile
Dieci anni d'indebite euforie. Adesso che
l'"année terrible" è lontano tutte le celebrazioni
sono possibili. Ma l'amore o l'odio che lo circonda sono (ai
nostri occhi) sospetti. 1968: il tramonto tragico di tutte le
rivoluzioni impossibili ha sciolto l'ultimo abbraccio dei
rivoluzionari/amanti, un'epoca si è chiusa per sempre. Ma
perché, allora, tutti si ostinano ad affermare il contrario?
Guardati dal mese vicino all'aprile, dicono i contadini del
meridione d'Italia che hanno imparato a temere i rovesci
improvvisi di marzo. Guardati, compagno, dal mese di maggio, noi
non siamo più gli eredi di nessuno, bisogna ricominciare tutto
da capo!
Hommage à Violette Nozières
| So che se
fossi pazzo e dopo internato approfitterei di un momento di lucidità. Lasciate il mio delirio mio unico martirio che faccia fuori meglio un dottore, si un dottore. Credo ci guadagnerei come gli agitati in cella finalmente, lasciato in pace tutto tace. |
"Voici enfin dévoilée par un autre elle-même
inviolable la personalité inconnue de Violette Noziéres
meurtriére comme on est peintre."
(Ecco finalmente svelata da un'altra se stessa /inviolabile /la
personalità sconosciuta /poetica /di Violette Noziéres
assassina come /uno è pittore.)
Così scriveva Guy Rosey (1) su la Revolution Surréaliste (1933)
a sostegno di un'affermazione di André Masson: "Bisogna
farsi un'idea fisica della Rivoluzione", rimarcando il tema
della rivolta, tanto caro ai surrealisti, da volerlo ravvisare
emblematicamente anche in questo clamoroso fatto di cronaca che
vide appunto la Noziéres nella parte funesta dell'assassina. Un
piccolo libro di poesie uscito nello stesso anno a Bruxelles per
le edizioni di Nicolas Flamel, dedicato a Violette Noziéres, con
testi di Breton, Eluard, René Char, Dalì, Max Ernst e
Giacometti, ratifica questa difesa della parricida contro le sue
"vittime", un gesto, a ben guardare, ancora più
clamoroso dell'episodio criminale in sé.
Se è vero che, al contrario dei preti, degli studenti e dei
poliziotti, la donna è l'essere più universalmente adulato,
allora c'è ancora tempo per difendere l'eroe negativo dai suoi
interessati recuperatori, scrive Breton (2): "Devant ton
sexe ailé comme une fleur des Catacombes / étudiants viellards
journalistes pourris faux révolutionnaires / pretres juges /
Avocat branlants / Ils savent bien que toute hiérarchie finit
là".
(Davanti al tuo sesso alato come un fiore delle Catacombe /
Studenti vegliardi giornalisti venduti falsi rivoluzionari /
preti giudici / Avvocati traballanti / San bene che là ogni
gerarchia finisce).
note:
1) J.F. Dupuis (Raoul Vaneigem), Controstoria del surrealismo,
Roma, 1978. p.56
2) André Breton, Poesie, Torino 1977. p.89
Interno con figure e luci.jpg)
(Alla maniera di Nietzsche) Ciò che abbiamo perso suonando,
ecco ciò che cercavamo! Di tutto questo non restano che figure e
luci, ombre e maschere.
L'insuccesso della meraviglia. Il titolo del pezzo è quello
anonimo di molta pittura del secolo scorso, perchè qui
l'alchimia ha compiuto il suo corso. Abbiamo avvertito che
un'inezia lo distinguerà per sempre. Questa sensazione, o questa
illusione (come preferite) rivendica la sua normalità perchè
QUI noi siamo normali fino all'eccesso. Fino alla voluttà
d'immaginare una celebrità senza pubblico. Interno con figure e
luci, questo è il rovescio della medaglia. Sul diritto, in
esterno, brilla lo spettacolo con le sue star.
Return from Workuta
Ritorno da Workuta, da un siblag - il campo di lavoro
correzionale - ritorno da un Oserlag, nel distretto di Taischet
sul lago di Baikal, ritorno da Magadan, Kolyma, dalle miniere di
Peciora... Ritorno da un buco nero della storia del comunismo
bolscevico... C'è mancato poco che la scintilla
-"iskra" - si spegnesse, scrive Lenin, piangendo.
Ritorno da Workuta seduto sul bordo duro di una panca, fra
passeggeri ubriachi di sonno e di vodka, immersi nel tanfo dei parascha
(1). Ritorno da Workuta, passando per lo smistamento di Potma e
il controllo del Gulag (2). Qualcuno mangia del kulitsch
(3), qualcun'altro accende da uno stoppino fumante una papyrossy
fatta a mano di forte machorka (4). Gira del tschefir
(5), altri, lentamente, pescano con le dita scure da coni di
carta semi di girasole comprati a Ukhta, l'ultima stazione.
Ritorno da un paradosso della storia che svuota di senso la
collera morale del "manifesto" del '48.
note:
1) Termine della malavita russa. E' un nome di ragazza, indica il
bugliolo. Con questo termine vengono anche indicate le
chiacchiere che girano nei campi.
2) "Amministrazione Centrale dei Campi di
Concentramento".
3) Pane pasquale russo.
4) E' un tipico tabacco russo tagliato molto grosso.
5) Tè fortissimo.
Il bandito
del deserto
Parto al mattino
Vento e destino
Sciacallo grigio argento dai magri fianchi
Sappi che io son l'uomo della Leina
Rivesto l'armatura sul cuore della iena
Ora sono in povertà
Ora in ricchezza
Desiderio, paura, libertà
Bisogno di chiarezza
Nella polvere un rifugio ripara dall'offesa
un ritiro per chi teme
il nemico e la resa.
Shànfara, poeta e bandito dell'Arabia pagana, il suo François Villon del deserto, di cui come reliquie ci restano pochi versi, un'ottantina in tutto, è l'autore della "qasida" da cui abbiamo liberamente tratto le parole di questo pezzo. Una "qasida" che canta la libertà, la rivolta e la vita nomadica. Shànfara visse alcuni decenni precedenti la missione profetica di Maometto, visse una vita raminga e avventurosa nello Higiàz meridionale e nello Yemen, e su di lui fiorirono moltissime leggende, come questa. Respinto dalla tribù a cui si era aggregato fece voto di uccidere cento dei suoi antichi compagni. Ne uccise novantanove prima di cadere sopraffatto in una imboscata, ma nel suo teschio abbandonato e disseccato al sole inciampò e si ferì a morte un centesimo nemico, compiendosi così il suo voto. Shànfara è il poeta della solitudine disperata, dell'ethos della rivolta, degli scenari desertici sui quali si muovono branchi di sciacalli affamati, lo stormo degli uccelli qata che in formazione serrata cercano una pozza d'acqua, i sinistri fruscii degli animali da preda e dei demoni funesti.
Ici on dance!.jpg)
Prendi la terza via a destra
poi la prima a sinistra
Arriva in piazza giri al caffè che sai, che sai
Prendi la prima a sinistra
poi la terza strada a destra
Butta la statua giù
e resta giù, resta giù
"Ici on dance!" Un cartello con questa scritta una mano ignota pose sui resti della Bastiglia il 14 luglio 1780, primo anniversario della sua presa. Si ballò nelle strade quella notte a Parigi e una grande fête de la Fédération fu allestita sul campo di Marte. Cinquantamila federati e più di mezzo milione di cittadini si ritrovarono per quelle piazze e per quei giardini che il vento della rivolta aveva spazzato dalle macerie del vecchio ordine. Al Museo Carnavalet di Parigi una tela anonima d'ispirazione popolare rievoca questa grande kermesse rivoluzionaria fissando l'attimo del giuramento di La Fayette durante la "messa" (oggi diremmo la contromessa) celebrata da Talleyrand, "vescovo d'Autunno" sull'altare della Patria. Ici on dance! Per chi fa le rivoluzioni a metà la polvere della storia si mescola spesso con la cipria della trousse: tutto si perverte in souvenir!
Acrostico in memoria di Laio
Fallo alato... Parapilla
Fantasma inconscio dell'impossibilità
del desiderio maschile
tesoro in cui si esaurisce
L'impotenza infinita della donna
questo membro perduto per sempre
da tutti coloro (Osiride, Adone, Orfeo)
di cui l'ambigua tenerezza della dea madre
deve radunare il corpo frammentato.
Sappiamo infatti quale devastazione
possa provocare una figliazione falsificata
quando la costrizione dell'ambiente
si adopera per sostenerne la menzogna
che possono non essere minori
nel caso in cui, sposando un uomo
la madre della donna da cui ha avuto un figlio,
questi avrà per fratello un bambino,
fratello di sua madre.
Ma se in
seguito, e il caso non è inventato,
egli viene...
dalla famiglia compassionevole di una figlia,
nata da un precedente matrimonio del padre
si troverà ancora una volta
fratellastro della nuova madre
e si può immaginare la complessità dei sentimenti
con cui aspetterà le nascita di un bambino
che sarà nello stesso tempo
suo fratello e suo nipote.
In questa situazione ripetuta punisci i tuoi genitori.
Un bambino nato tardi da un secondo matrimonio,
la cui giovane madre si trova ad avere
gli stessi anni di un fratello maggiore
e si sa che questo era il caso di Freud.
Perchè un acrostico? Perchè Laio? Qui vogliamo tacere quello
che la trama di questo pezzo mostra contro ogni evidenza: il nome
di Edipo, suo figlio.
Come Laio una generazione di sconfitti ha esposto i suoi figli
alla furia delle belve, all'ira della storia, alle lusinghe dello
spettacolo. Come Laio, futili motivi hanno portato allo scontro,
ma la Sfinge, che dopo la morte del padre dovrebbe porre le
domande fatali, non gioca più da tempo in modo leale con gli
abitanti di Tebe, con i cittadini della "cosmopoli
capitale", perchè il dominio ha compreso che le risposte
sono meno pericolose delle domande, che non le leggi della morale
ma quelle della geometria dominano i rapporti tra padri e figli
proteggendoli dalle intemperie dell'incesto e dalle liti
testamentarie. Nello spazio del desiderio non è forse la
funzione della parola che determina la direzione delle pulsioni?
Dirottandole, qualche volta, nel sacrilegio della "più
grande scoperta poetica della fine del XIX secolo" come
scrivevano i surrealisti dell'Isteria. Come allora non
vedere nella nostra citazione di Lacan una continuità con quel
lontano 1878, una continuità con lo spazio, al tempo comico e
tragico, di quei padiglioni dell'ospedale Salpêtrière che
videro lo "studente" Freud? Quando Aragon e Breton
celebrarono i suoi cinquant'anni in un giustamente celebre
manifesto scrissero: "Noi affermiamo una nuova definizione
dell'isteria, come di uno stato mentale caratterizzato dalla
sovversione dei rapporti tra il soggetto e il mondo... come di un
supremo mezzo di espressione."
Vodka Cola .jpg)
(Some pages from a Report of the Trilateral Task Force on
costructive Trilateral-Communist cooperation on Global Problems.
Confidential.)
Tutti conoscono Amin Dada, presidente e imperatore
dell'uganda. Nessuno conosce il nome del presidente della Nippon
Steel che produce più acciaio di quanto ne produca l'Italia e la
Francia messe assieme.
Questa storia è sospetta!
Wodka e Cola stanno per spartirsi il mondo sulla nostra pelle,
dobbiamo imparare a dire di no.
Questo cocktail non lo vogliamo bere. Ne, tantomeno, condire la
nostra musica con la salsa cilena. Qui non vogliamo prendere una
posizione, ma fare una constatazione, e questo vogliamo dirlo.
Il pregio dell'umorismo non ci è familiare, sappiate dunque
riconoscere la smorfia che ci attraversa il viso: ascoltare
musica può essere divertente a patto che qualche volta sia
imbarazzante.
"fff" (festa, farina e forca)
Festa, farine e forca sono le cinghie di trasmissione della
"macchina spettacolo". Forme egemonoche di ogni
dominazione che si pretende democratica e insieme suo
rovesciamento. La festa è uno strumento della politica, come la
farina e la forca lo sono della persuasione. Insieme, dividono il
mondo del lecito dallo spazio labirintico dell'avventura. Per lo
spettatore avido la musica - nella sua apparenza - è soprattutto
l'avanguardia del Carnevale. Ma il Carnevale è ben altro, è il
tempo della diversità, come scrive Alessandro Fontana, fatta
festa, della liberazione ludica, del timore fatto spettacolo. Ed
è anche drammaticamente il suo contrario.
Dal combattimento fra Carnevale e Quaresima di Brueghel il
Vecchio, a Wight, a Woodstock, ai Lambri Italiani, passando per
la manzoniana storia della colonna infame, la festa tenta
disperatamente di aprirsi uno spazio a cui può solo alludere,
uno spazio confuso e sempre immaginario che non può fare suo: lo
spazio della scena reale. Lo spazio politico del sociale. Lo
spazio del personale. Ecco, siamo su questo palco e suoniamo per
voi, ma facciamo nostro il grido di avvertimento di Rousseau
nella Lettre a D'Alambert: "No, non sono queste le
feste del popolo... il popolo deve essere lo spettatore di se
stesso, deve essere attore e vedersi e amarsi negli
altri..."