Il nostro (cioè io) nacque una ridente mattina di luglio del 1951 in una ridente
cittadina della ridente riviera romagnola: Cesenatico.
Chi rideva un po’ meno era sua madre, dato che ci mise 12 ore a partorirlo.
In virtù di questo fatto, a lui rimase una leggera claustrofobia nei confronti
di ascensori, grotte e simili amenità, ed a lei una sincera diffidenza nei
confronti dei musicisti.
Per questo cercò di osteggiare quanto più possibile i suoi studi musicali
incoraggiandolo a professioni maggiormente redditizie: “…che so, il dottore,
l’avvocato …di musicisti in questa casa ce n’è abbastanza!” ripeteva
spesso.
Ed era vero! Ne era circondata, assediata, asfissiata.
Il marito, il cognato, il suocero; non avrebbe sopportato il peso di un altro
musicista in famiglia.
All’inizio il nostro parve darle ragione giacché aborriva lo studio del
pianoforte e del solfeggio ai quali il padre lo aveva indirizzato sin dalla
tenera età di otto anni ricorrendo ad un subdolo trucco.
Gli aveva detto: “…dai retta a me, quando sarai grande, se suonerai il
pianoforte, sarai pieno di ragazze!”
Questa affermazione si rivelò quanto di meno profetico poiché solo una volta
una ragazza gli si concesse in virtù della magia evocata dalla sua musica, ma
era una prostituta, e in conseguenza di ciò dei mafiosi a momenti gli
spararono, ma questa è un’altra storia.
Gli studi, come si diceva, si trascinarono a fatica e con pessimo profitto sino
ai 17 anni quando un complesso beat “The Telstars”
fu costretto ad ingaggiarlo: il loro organista era partito militare ed il locale
che li aveva scritturati per l’intera stagione estiva, senza tastiera, non li
voleva.
Era per loro una questione di vita o di morte! Data la cronica penuria
d’ingaggi che li affliggeva avrebbero accettato nel gruppo anche un
sagrestano, purché munito di strumento proprio.
Strana storia!
In piena era Beatles e Rolling Stones,
Gilberto, gestore del dancing-ristorante-pizzeria “Il Boschetto” a Riccione,
voleva a tutti i costi un pianista in un gruppo beat.
Senza di lui la vita del nostro avrebbe preso un’altra piega? Probabilmente
si!
Infatti il padre era talmente incazzato per la bocciatura a scuola (l’ITIS, un
incubo!) che era seriamente intenzionato a mandarlo a lavorare nelle miniere di
sale; ma poiché a Cesenatico quest’ultime scarseggiavano, aveva deciso di
fargli fare il cameriere al dancing “ La Caravella”.
Fu salvato appena in tempo!
Comunque nei “The Telstars” il nostro cominciò presto a divertirsi.
Repertorio: Animals, Wilson Pickett, James Brown, ma anche Jimmy Smith, Brian
Auger; e poi l’era psichedelica: Deep Purple, Jimi Hendrix, Vanilla Fudge,
Cream e via così.
Forlì, sede del gruppo, era un crocevia importante per i musicisti della
Romagna che allora, da sola, aveva il 60% delle sale da ballo italiane (almeno
così si diceva).
Il Bar del Commercio, il lunedì mattina, era sede del mercato di carne umana;
cioè vi si davano convegno musicisti, gestori di locale ed impresari per
stipulare i “contratti”, gli ingaggi che avrebbero decretato la
sopravvivenza o l’estinzione di svariate specie di “bipedes musicalis”
(non ancora protette dal WWF).
Il Bar Giardino invece, aperto tutti i giorni fino all’alba, raccoglieva le
ossa di chi aveva lavorato nei dintorni e qui venivano rimpolpate a colpi di
tagliatelle al ragù, maldicenze e scherzi da caserma.
In quel periodo capì che il cuore della sua terra prevalentemente batteva in ¾.
“Ilvalzerlapolkaelamazùrka” imperavano, e i gruppi di musica giovanile
stentavano a sopravvivere.
Nell’inverno dello stesso anno, spinto dalla curiosità verso la musica jazz
di cui tanto si favoleggiava sia tra gli amici che in famiglia, il nostro si recò
per la prima volta ad ascoltarlo dal vivo al “Festival del Jazz” di Bologna.
Si beccò una ben strana serata: c’erano dei tizi, alcuni di colore, che
massacravano gli strumenti con foga tra gli improperi e le urla di un pubblico
jazzofilo ed incravattato. Il batterista (chiamiamolo così) spruzzava verso la
platea il contenuto di due bombolette di deodorante spray, saltellava avanti e
indietro per il boccascena e ad un tratto sparì nel nulla.
Il nostro era disorientato! Estremamente perplesso!(1)
Da una platea così compassata e colta come quella sera a Bologna,
proprio non si aspettava un comportamento del genere; anche se, bisogna dirlo,
avevano le loro ragioni.
Ad un certo punto, infastidito da grida particolarmente belluine che si
imponevano su quel bailamme, si girò di lato per vedere chi fosse a produrre
tanto strepito e, indovinate un po’, era lui, il batterista-spruzzatore!
Si era appostato qualche balcone più in là ed insultava i suoi stessi compagni
con più veemenza di tutti gli altri.
Era una trappola!
Tutti i presenti stavano fornendo ai musicisti un estroverso e vivace
background, ottimo per improvvisarci sopra del feroce free-jazz.
Allora il giovane Fariselli non se ne rese conto, ma l’episodio gli lasciò un
sinistro tarlo premonitore a lavorargli il cervello!
La stessa sera, dopo i guerrafondai, si esibì una delle più belle formazioni
della storia del jazz; il trio di Bill Evans, con Eddie Gomez al contrabbasso e
Jack De Johnette alla batteria al periodo del famoso disco “Live in Montreaux”.
Fu un concerto sublime!
Il nostro giovane eroe rimase folgorato!
Forse neanche un micidiale cocktail di pasticche delle discoteche di oggi
potrebbe avergli fatto esplodere il cervello in quella maniera. Colui che poche
settimane prima bisognava ricattare per estorcergli 2 scale 2, al pianoforte,
cominciò ad ossessionare il mondo con l’invadenza tipica degli entusiasti, la
prolissità di chi sta imparando ad improvvisare, la presunzione (poca però)
appena gli si accrocchiavano due note.
In seguito i prodi “The Telstars” terminarono
la loro carriera assorbiti in blocco nell’orchestra da ballo del padre che era
rimasto senza sezione ritmica per via di un ammutinamento. (i transfughi
pagarono il fio con un giro di chiglia sotto il pullmino).
Alla scuola del padre acquisì i suoi primi, fondamentali, insegnamenti di vita.
Imparò a sue spese quanto rozzo fosse il villano, quanto pesante compiacere il
borghese, quanto deleterio il gusto musicale medio.
Ma anche quanto buoni erano i cappelletti in brodo fatti apposta per il veglione
di capodanno, quanto belle le tette della cantante, quanto allegri i valzer del
nonno.
E poi la bravura del babbo.
Col suo fido trombone in mano non aveva paura di niente e di nessuno. Lo
brandiva con la stessa sicurezza con cui un samurai maneggiava il suo spadone
(lo so che si chiama katana, ma spadone mi piace di più); dirigeva il traffico
di suoni che i suoi dieci “giannizzeri” (come li chiamava lui) emettevano a
volte in modo troppo disinvolto, con uno sguardo, un movimento della testa, un
cenno della coulisse. Sapeva interpretare le serate con raro acume ed occhio
svelto.
E poi gli arrangiamenti; montagne di musica manoscritta di suo pugno con bella
calligrafia che ogni musicista doveva custodire con sacro rispetto: bibbia e
refugium peccatorum per semiprofessionisti e smemorati.
Arrangiamenti e reinterpretazioni di tutto; numerati per praticità, erano le
uniche parole che echeggiavano sul palco, come in un surreale Bingo:
“Duecentotrentacinque!” E si attaccava Blue Moon. “Centottantadue!” e
partiva un valzer. “Trentaquattro!” “…cazzo il trentaquattro mi manca,
presto fammi buttare un occhio alla tua parte!”
Io allora ritenevo, come tanti, che l’orchestra avesse il dovere di eseguire i
pezzi “come il disco”, cioè in modo da assomigliare il più possibile
all’originale, ma non lui.
Cambiava parti, armonizzava, inventava finali. Diceva: “…un musicista degno
di questo nome, ha il dovere di reinterpretare le cose, di intervenire dando una
sua versione dei pezzi!.
Se no “un vèl gnìnt!” (non vale niente!).
Parole sante! Al nostro queste parole si attaccarono come la scarlattina.
Fu in questo periodo che nacque l’impegnativa amicizia con Giulio Capiozzo.
Accomunati dalla stessa passione per il jazz e la musica improvvisata in
generale, soffrivano per la mancanza di opportunità di praticare la propria
arte.
Ogni minima occasione veniva sfruttata dai due con voracità rapace.
Dalla cantina delle loro case alle interminabili jam-sessions organizzate al “Cantalupo”,
una bella cascina di campagna arredata a clubbino da comuni amici.
La stalla soprattutto era uno splendido jazz-club, con i divisori per le vacche
trasformati in intimi séparé.
Si telefonava a quanti più musicisti si poteva, si fregavano gli strumenti al
babbo e via: blues e salsicce, costine di maiale e swing, “up
tempo” e sangiovese.
Il loro college. L’università degli autodidatti.
Mai sazi, con la determinazione del tossicodipendente, andavano in qualsiasi
locale dove sapevano lavorasse un qualche amico; ascoltavano per un po’ e poi
chiedevano con indifferenza di poter suonare un pezzo. (“…al massimo due.”)
Immancabilmente finiva che gli staccavano la corrente!
Questa cosa della corrente tolta, per un lungo periodo, sembrò un destino
ineluttabile, finiva sempre così. Non sto scherzando.
D’altra parte i gestori dei locali non avevano tutti i torti.
Questi exploit avvenivano in locali da ballo, birrerie per tedeschi, night-club
e quant’altro la riviera romagnola potesse offrire e due scalmanati che
improvvisavano jazz non era proprio esattamente quello che la gente voleva
ascoltare.
Il colmo però fu raggiunto durante una delle prime capatine a Milano: la New
York del nord Italia.
Finalmente approdati in un vero jazz-club, il “Club Due”, dove si eseguiva
esclusivamente jazz, chiesero al pianista di suonare un pezzo (“…o due al
massimo.”) e, come di consuetudine, gli fu concesso.
Gli staccarono la corrente.
Siete liberi di non credere, ma avvenne esattamente ciò che dico: ancora una
volta si ritrovarono “unplugged”.
I nostri
eroi cominciarono seriamente a dubitare: “…sarà mica che non sappiamo
suonare, o che rompiamo troppo i maroni” cogitarono i due.
Da lì a poco, con gli Area, li avrebbero pagati per ascoltare quella rottura di
maroni.
In quegli anni il conservatorio di Pesaro cercava di fornire al nostro gli
strumenti tecnici per flagellare con cognizione il mobile (il pianoforte), ma
Mozart gli era pesante, Bach poneva questioni troppo lontane e Haydn non si
reggeva.
Solo Béla Bartòk riusciva a
tenerlo sveglio anzi, avendo una certa confidenza con le sincopi, riusciva a
rosicchiare un pochino della stima del suo adorato maestro: Sergio Cafaro.
Il culmine dell’esperienza scolastica fu toccato durante l’esecuzione dei
“6 piccoli pezzi op. 19” di Arnold Shöenberg ad un saggio di fine anno, che
fece miracolosamente dimenticare al maestro ed al direttore del conservatorio il
pessimo esame appena passato.
Comunque non poteva durare, e non durò.
La chiamata al servizio militare costrinse tutti a stendere un velo pietoso su
una carriera di musicista classico stentata e contraddittoria, i cui punti più
salienti furono: l’incontro col suo maestro e la scoperta del quartetto di
John Coltrane fatta nel negozio di dischi di fronte al conservatorio.
Se la carriera scolastica non fu un gran che, quella militare fu ancora peggio.
Già dallo svolgimento dei “test attitudinali”, effettuati a Bologna durante
i tre giorni canonici, si capiva che tirava aria pesante. Il nostro ce la mise
tutta per far capire la mitezza dei suoi sentimenti: “…studio musica, leggo
poesie e annuso fiori!” scrisse nella sua scheda descrittiva.
Venne destinato ai reparti operativi delle truppe d’assalto!
Su e giù per montagne con un mitragliatore (leggero dicevano) al collo, le
tasche piene di bombe a mano e bandoliere di proiettili portate alla Pancho
Villa, il nostro si fece il corso completo da assaltatore, guarnito con attacchi
a fuoco diurni e notturni, corsi di guerriglia e altre simili squisitezze.
La gaiezza della vita militare gli si parò innanzi con la potenza di un
frontale con un TIR.
La salute mentale del nostro cominciava a vacillare quando, con uno stratagemma,
si inventò di saper suonare uno strumento a fiato; venne creduto e quindi
trasferito nella “Banda Divisionale Mantova” di stanza a Palmanova (UD).
Fu, ancora una volta, la salvezza!
I sei mesi successivi gli sembrarono il paradiso; quarto sax baritono di fila
(imparato per quel che serviva in poco tempo), conobbe lo Zen, avviò letture di
antropologia strutturale, prese coscienza politica (così si diceva), approfondì
la conoscenza di Coltrane, Coleman, Davis, Tyner, Monk, Dolphy, Taylor, si
entusiasmò per le lotte delle Pantere Nere, si appassionò per Archie Shepp.
E poi dicono che il servizio militare non forma!
In quel periodo conobbe Alessandro Benvenuti, futuro attore, regista di cinema
ed autore di teatro col quale, in futuro, avrebbe realizzato sommi capolavori. (Alé!)
L’anno dopo, nel 1972, entrò a far parte degli Area.
Il nostro fu con gli Area dalla prima all’ultima nota che questo gruppo emise.
In quegli anni approfondì, da autodidatta, gli studi in composizione ed in
seguito, proseguendo la sua carriera, scrisse e realizzò musica per il cinema,
il teatro, la danza e la televisione. (Cos’altro ho dimenticato?)
Dai cartoni animati alla pubblicità, dalla musica per bambini (molto piccoli)
al Jazz ed alla musica contemporanea.
Si montò la testa: prese a vantarsi che il mestiere del compositore non aveva
più segreti per lui; che lo si poteva sfidare a scrivere qualsiasi cosa in
qualsiasi stile e che per lui non ci sarebbe stato alcun problema, anche se
avesse dovuto farlo a cavallo. (Alla neuro lo ricordano ancora con affetto).
Come un sarto surreale, imparò a fornire l’abito sonoro più adatto ad opere
partorite da altri: musica legata a precise richieste. (Cos’è quella faccia?
Non venivano commissionate musiche anche a Bach o Stravinsky?)
L’esperienza più divertente per lui, fu di musicare le puntate televisive
dell’Albero Azzurro: trasmissione per bambini in età prescolare.
Sotto l’identità segreta di “Maestro Fariselli”, scrisse e realizzò per
quattro anni ore e ore di musica ispirate da un semplice principio di base: i
bambini sono piccoli, ma non scemi.
Lavorò con un impegno particolare per ottenere una corretta sintesi tra
semplicità e complessità musicale, sgombrando il campo dalla tentazione di
utilizzare un qualsiasi linguaggio “bambinesco”. Semplicità e complessità
che non sono necessariamente sinonimi di banalità e astrusità.
Trattò i bambini come adulti e da quel momento iniziò anche a trattare gli
adulti come bambini.(2)
Cercò di sfruttare al massimo la capacità che hanno i piccoli di
confrontarsi facilmente con materiali mai uditi prima; le novità per loro sono
all’ordine del giorno, si sa, per cui non facevano il minimo sforzo a seguirlo
ovunque volesse andare, a patto che fosse riuscito ad incuriosirli e ad
“agganciare” la loro attenzione anche per poco tempo.
E’ più semplice parlare di creatività musicale con un piccolo di cinque anni
che con uno sovrastrutturatissimo adulto.
Con una risata i bambini sono in grado di spazzare via qualsiasi preconcetto che
cerchi di sedimentarsi stabilmente in loro. Per un adulto sono processi
complicati e, a volte, persino dolorosi. (I pregiudizi indotti da una cultura
superficiale, una volta cresciuti, hanno lunghe e contorte radici, peggio dei
denti del giudizio)
Uno dei sommi capolavori che produsse il “Maestro Fariselli” in quel
periodo, fu il “Concerto per latrati di cane” che diresse personalmente in
televisione brandendo un osso al posto della bacchetta. I bambini potevano, da
casa, “accodarsi” (buona questa!) all’orchestra suonando uno “xilofonino”.
In precedenza il Maestro aveva fatto loro avere lo strumento allegandolo ad una
serie di videocassette in cui, tra le altre cose, ne insegnava proprietà e
utilizzo.
Insomma, giocando, cercò di spiegare loro “come” ascoltare e non
“cosa”, ad aprire le orecchie alla bellezza del suono da qualunque cosa
fosse generato ed in qualsiasi modo fosse organizzato. (Happy new
“ear”
auspicava Cage)
E qui ormai si parla di storia recente.
Se avete avuto il fegato di arrivare fino a questo punto ( . ), ora siete pronti
a sorbirvi il resto: succose storielle morali che il nostro scrisse
probabilmente (dicono le malelingue) sotto l’influsso nefasto della crisi del
cinquantesimo anno prossimo a venire.
C’è chi in questo frangente si compra una moto, chi si fa l’amante, il
nostro scrive un libro. Una roba schizoide da prendere con leggerezza, da
leggere senza un percorso preciso come si legge comunemente un giornale o come
si suonano certe partiture di musica contemporanea.
Nel frattempo le ultime notizie lo danno chiuso nel suo studio, a Milano, a
registrare un nuovo CD a suo nome.
“Lupi sintetici e strumenti a gas” s’intitola.
Pare che vi partecipino alcuni dei vecchi compagni degli Area, Freak Antoni
degli Skiantos, alcuni membri dei Modena City Ramblers e diversi pestiferi
giovani musicisti di gran livello.
Se riesce a trovare qualche incosciente che glielo pubblica, vi consiglio di
ascoltarlo, prima che lo arrestino.
(1) E’ vero che, nonostante la sua pur breve esperienza, aveva già avuto modo di saggiare il “dissenso” del pubblico. Coi “The Telstars”, per una leggerezza del loro impresario, scoprirono all’ultimo di essere stati ingaggiati in una serata di liscio. Il loro repertorio era improntato prevalentemente al Rhythm & Blues e con un solo approssimativo valzer, sempre lo stesso rigirato in mille modi, tirarono avanti per tutta la sera. Quando, anni dopo, gli capitò di vedere al cinema i “Blues Brothers” (ricordate la scena in cui in quel locale di bovari se la cavarono suonando tutta la sera “Row hide”?), al nostro a momenti gli dovettero dare l’ossigeno per liberarlo dalle convulsioni.
(2) Illuminante a questo proposito fu una frase che il nostro udì pronunciare da Paolo Ciarchi, impegnato tempo addietro in una serie di spettacoli per bambini: “…abbiamo passato anni a suonare la prima mezz’ora di concerto cercando di far regredire il pubblico ad uno stadio infantile per riuscire a comunicare più liberamente; tanto vale suonare direttamente per i bambini.