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event '76
Registrato dal vivo nell'Aula Magna
dell'Università Statale di Milano (1976)
| 1a parte: | |
| Caos IIa parte (20'15") | |
| 2a parte: | |
| Caos IIa parte (9'18") | |
| Event '76 (9'27") |
Patrizio Fariselli: pianoforte
Steve Lacy: sax soprano
Paul Litton: percussioni
Demetrio Stratos: voce
Paolo Tofani: chitarra, sintetizzatore Tcherapnin
Meccanico del suono: Abramo
Pesatori
Produzione: Paolo Tofani, Claudio Rocchi
Testi e musiche: Paolo Tofani, Patrizio Fariselli,
Demetrio Stratos
Edizioni musicali: Cramps music srl Milano
Art Direction: Gianni Sassi
Designer: Emilio Pedrinella
Fotografi: Roberto Masotti, Fabio Simion, Tony Thorimbert
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"La cosa che colpisce di più negli "Area" è la
loro generosità, la capacità di dare e di comunicare tutto
quello che hanno dentro scaricando sulla gente una marea di
musica sempre diversa, imprevedibile, ricchissima di suoni. E
ciò che stupisce è che, nonostante la difficoltà del loro
fraseggio musicale e ritmico, i giovani e i compagni riescono a
recepire con sempre maggiore immediatezza il dialogo che gli vien
proposto dai cinque suonatori e rispondono con una esattezza e
una sintonia che è segno evidente della non occasionalità
dell'intervento e della comprensione esatta del messaggio sia
musicale che culturale nel senso più vasto che gli viene
proposto".
S.F.
"Avevo visto sui muri di Milano i manifesti del
concerto degli Area all'Università Statale e subito mi sono preoccupato di andarci.
Quando arrivo in Statale sono quasi le 21.00 e dopo aver preso il
biglietto (L. 1.000)
entro nell'Aula Magna già gremita di gente. Trovo un posto (in terra) in galleria
e subito volgo il mio sguardo verso il palco ricco di cavi, mixer e aggeggi
vari.
Il concerto si preannuncia interessante (tra l'altro è a favore di Fronte Popolare)
e quando vedo gli Area sul palco, noto subito la strana formazione, così composta:
Demetrio Stratos, voce solista; Patrizio Fariselli, piano preparato; Paolo Tofani,
chitarra filtrata al synth; Paul Litton, percussioni; Steve Lacy, sax soprano.
Mancano quindi Giulio Capiozzo e Ares Tavolazzi .
E' un concerto abbastanza strano, "difuorista" (voce del verbo "di
fuori", come dice scherzosamente Demetrio).
A ogni musicista vengono consegnati cinque biglietti (che nel concerto avranno
la durata di 3 minuti) su cui c'è scritto, a seconda del biglietto: silenzio,
musica, violenza, ipnosi, sesso...
Caos (parte seconda)
cronistoria di una ben strana serata.
Nel 1976, al tempo della registrazione
di "Maledetti", ricevemmo una proposta di concerto da
tenersi nell'aula magna dell'Università Statale di Milano.
Demetrio, Paolo ed io, approfittammo della presenza di Steve Lacy
e Paul Litton, da noi invitati per una collaborazione nel disco,
per sperimentare dal vivo "CAOS (parte seconda)".
Ci ispirammo a un aneddoto raccontato da Cage in "Per
gli uccelli, conversazioni con Daniel Charles", che ci
aveva colpito e divertito allo stesso tempo; raccontava di un
gruppo di jazzisti di Chicago che un giorno gli si presentarono
chiedendogli un consiglio per "...farli andare nella
direzione giusta."
Quello che Cage suggerì loro fu semplice e allo stesso tempo
difficile: suonare improvvisando liberamente ma... senza che
ognuno ascoltasse quello che faceva l'altro. Era esattamente il
contrario di quanto essi praticavano normalmente, infatti era
prerogativa delle improvvisazioni collettive "free" di
quegli anni, cercare una comunione di intenti; nonostante la
dissoluzione delle forme convenzionali (soprattutto ritmiche)
rimaneva la volontà dei musicisti di fondersi in un insieme
organico, faceva parte del lessico di quella musica.
In questo caso dunque, seguendo l'indicazione di Cage, ogni
musicista avrebbe dovuto portare avanti il proprio discorso non
curandosi di quanto gli accadeva attorno. Potevano dire di no, e
invece accettarono!
Cage raccontò che la sera del concerto, all'inizio le cose
andarono molto bene, poi, piano piano, l'abitudine prese il
sopravvento, cominciarono ad ascoltarsi, a rispondersi e la
serata finì nel loro modo solito di intendere la musica,
costruendo qualcosa collettivamente.
Commentò così: "E' molto difficile liberarsi!"
Ecco, noi invece volevamo esserlo davvero liberi e, nel concerto
alla Statale, realizzare la proposta di Cage (alla nostra maniera
s'intende).
Imbastimmo il progetto: preparammo una quantità di bigliettini
su ognuno dei quali era segnata un'indicazione, un suggerimento
da interpretare liberamente. Erano cinque, come i musicisti in
scena: "Ipnosi, Silenzio, Violenza, Ironia e Sesso".
I biglietti vennero mischiati come un mazzo di carte e
distribuiti a caso. Una dozzina circa, a testa.
Avevamo assegnato un tempo di tre minuti per ogni suggestione e
quando il direttore d'orchestra (mio fratello munito di
cronometro) segnava il tempo, ogni musicista passava al biglietto
successivo interpretando l'indicazione come meglio riteneva e,
comunque, indipendentemente da quanto gli altri facessero.
Fin qui nulla di particolare, sarebbe stato un concerto di musica
contemporanea come tanti se ne fanno, se non che, tanto per
cambiare, si ingenerò un equivoco che fece diventare il concerto
una specie di trappola per molti dei convenuti quella sera.
La gente si aspettava un concerto "classico" degli
Area; i ragazzi dell'università avrebbero voluto ascoltare i
pezzi che già conoscevano: "Luglio, agosto, settembre,
(nero)", "L'Internazionale", persino
"Lobotomia" gli sarebbe andata bene.
Invece gli ammannimmo "CAOS (parte seconda)" e, nella
seconda parte della serata "Event 76", variazione sul
tema di "Scum", un brano che avevamo appena registrato
in "Maledetti".
Forse sarebbe stato più corretto annunciare la particolarità
della serata spiegando quanto si sarebbe eseguito, invece fu
programmato un concerto "Area" senza specificare altro.
In sala c'era anche mia madre (non mi perdonò mai di averla
invitata).
Gran presenza di pubblico e di critica, (come si suol dire in
questi casi) compreso, cosa insolita, un nutrito stuolo di
critici e di appassionati di jazz; evidentemente incuriositi
dalla presenza di Lacy e Litton.
Non se ne vedevano spesso ai concerti Area; nonostante il nostro
legame con il jazz fosse sempre stato molto stretto, eravamo
stati etichettati come musicisti rock (o salamadonnacos'altro) e
non c'era verso di smuoverli.
Meglio così!
Iniziammo.
Litton era circondato da una struttura circolare dalla quale
pendevano ogni sorta di percussioni, ammennicoli che parevano
provenire più da una discarica che da un negozio di strumenti.
Demetrio diede sfogo a tutto il suo repertorio di vocalizzi che a
quei tempi stava cominciando ad elaborare.
Lacy suonò il suo sax soprano nel modo a lui più congeniale:
cioè con il massimo della libertà e Paolo estraeva dalla
chitarra e dai suoi sintetizzatori suoni estremamente ricercati
ed inusuali.
Dal canto mio scelsi, per quella sera, di non usare né il piano
elettrico, col quale normalmente mi esibivo, né il
sintetizzatore, bensì mi limitai a maltrattare un bel pianoforte
acustico sia "preparandolo" (con chiodi, viti, bulloni,
cunei di legno, feltro etc.), sia suonandolo in modo
tradizionale.
Al solito, il pubblico spese i primi minuti per inquadrare la
situazione, ebbe il sospetto e di seguito la certezza che la cosa
sarebbe andata avanti così per un pezzo e ci rovesciò addosso
tutta la disillusione di una serata apparentemente tradita.
Fu il tumulto.
Urla, strepiti, risa e via così per un bel po', poi quasi tutti
parvero farsene una ragione (in fondo non era la prima volta che
sorprendevamo il nostro pubblico con trovate imprevedibili);
nessuno se ne andò, cominciarono ad ascoltare e, anzi, si
verificarono svariati episodi di collaborazione creativa. Come
quando qualcuno dalla platea cominciò a far tintinnare un mazzo
di chiavi e fu subito imitato da molti altri contribuendo
efficacemente alla "metallicità" del sound generale;
poi, visto che fuori pioveva e gli ombrelli in sala erano
numerosi, cominciarono ad aprirli e chiuderli ritmicamente
rendendo dinamica la scenografia e allargando i confini del
palcoscenico.
Alla fine la gente si divertì. Fu davvero una serata intensa.
Dal nostro punto di vista fu un successo poiché ottenemmo il
risultato musicale che ci eravamo prefissati.
I musicisti presenti in sala che ci conoscevano, gli amici stessi
rimasero però alquanto perplessi! Così spiazzati, che alla fine
del concerto se la svignarono alla chetichella, quasi senza
salutare.
Erano imbarazzati per non aver saputo interpretare la serata?
L'unico che udimmo esprimersi con parole chiare, anche perché
data la gran folla non aveva potuto guadagnare l'uscita prima, fu
il mitico direttore di "Musica Jazz" Arrigo Polillo.
Fu udito biascicare: "Ma questi Area, ...che strani!"