Benvenuti nella musica

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Immaginate un paesino del Friuli nell’estate del 71, un pomeriggio assolato, particolarmente afoso; dopo una manifestazione militare fatta di sfilate, parate, retorica, carri armati e cotillons, si distinguono in lontananza le allegre (epiche) note di una marcia suonate da una grossa banda di 40 elementi che avanza attraversando il centro del paese tra due ali di folla.

Parrebbe tutto normale, ma perché allora quella grassa signora si torce dalle risate, perché quel codazzo di bambini, perché quello sguardo sbigottito di colonnelli e generali e lo sguardo inferocito di un maresciallo, QUEL maresciallo?(1)

Cosa sono, nel pieno orchestrale, quelle note tipiche del “Rythm and blues” suonate dalla sezione di sax baritoni e che nulla hanno a che vedere con la marzialità di un corpo militare?

Perché alcuni sassofoni tenori suonano chi mezzo tono sopra chi mezzo tono sotto, alcuni bombardini improvvisano free-jazz schizoide, ma soprattutto, cosa ci fa quel baccellone lungo lungo in testa alla banda, con un improbabile elmetto sempre troppo piccolo ed un tamburo, chiamiamolo ottimisticamente così, largo 40 cm e lungo più di un metro e mezzo, appeso con una ridicola imbracatura al petto e suonato con grande enfasi del gesto roteando le braccia a mo’ di impressionante majorette?

Perché dà il segnale di svolta a destra mandando la banda ad impastarsi in un parcheggio di pullman invece di girare a sinistra verso la piazza?

In questa e altre occasioni ho conosciuto Benvenuti.

Io ero uno dei sax baritoni di fila (nella foto, il 1° a sinistra in piedi) e lui, evidentemente, il mazziere (nella foto, il 3° da sinistra in piedi).

Era per noi l’inizio di tutto. Quando ci congedammo lui formò i Giancattivi io entrai negli Area.

Facemmo danni separatamente fino a quando, circa dieci anni dopo, mi chiamò assieme a Steven Head a musicare per il teatro “Marta e il Cireneo”.

Da allora ho musicato per lui 8 film e 6 spettacoli teatrali più altre cose per la TV; tanta roba, al punto da essere il suo più vecchio collaboratore. Mi chiedo tuttora come non ne sia ancora sazio; forse perché so troppe cose su di lui e potrei ricattarlo svelando torbidi retroscena della sua vita? (tipo quando era single e viveva in un monolocale e me l’ha prestato e mia moglie gli ha sbrinato il frigo e sono riemersi dalla notte dei tempi degli involtini di foglie di vite che poi hanno preso vita e che adesso non si sa dove siano e che io non voglio responsabilità etc. etc.)

 

Musicista senza esserlo, quest’uomo dispone, nonostante il suo passato di cantante, di una potente sensibilità nei confronti del mondo dei suoni.

Dotato di chirurgico acume riesce con poco sforzo a cogliere il senso più profondo delle note.

L’ho visto a volte, spesso di notte, introdurre il naso a spatola nelle pieghe più intime e remote delle melodie che gli propongo, cercando il peso specifico di ogni nota, soppesandone ogni possibile valenza emotiva, criticando senza nessuna pietà o concessione, ma restituendo energia nel momento in cui lo coglie “il brividino”,  condizione sine qua non per l’approvazione all’utilizzo.

Tutto ciò anche al telefono.

Raramente in natura è dato assistere ad un simile spettacolo.

 

“Noi, si bada all’essenza delle cose!”

Come a dire, ciò che più è importante è:

La sintesi (...meno note! Semplifica, semplifica!)

La creatività (...OK è mezzogiorno, serve un tema/capolavoro che non abbiamo, tu lo scrivi io vo a pigliare i panini!)(2)

La lievità (...stai sulle emozioni!  Ustikatz!)

La serenità sul lavoro (...purtroppo abbiamo solo tre giorni)

La contemporaneità (...non dobbiamo assolutamente datarci, qualsiasi cosa “in voga oggi”, da domani comincia a puzzare).

La battaglia contro Cronos è la costante che lega tutto ciò che abbiamo fatto o che faremo in futuro. La vera fonte della giovinezza del resto. Elisir di lunga vita la certezza che il prossimo lavoro sarà il vero capolavoro.

 

I film e gli spettacoli li abbiamo semplicemente “suonati”.

La composizione come ricerca sia della quintessenza delle tematiche affrontate (nel lavoro su copione o dopo sedute di “briefing”), sia come reazione estemporanea alla suggestione bruciante dell’evento spiegato, fissato nel tempo dalla regia con la recitazione ed il montaggio.

Fondamentale l’utilizzo delle tecnologie digitali che consentono il “tempo reale”; cioè di eliminare (o ridurre di molto) il lasso di tempo che normalmente intercorre tra la nascita di un’idea e la sua applicazione pratica verificandone, in tempo reale, appunto, l’efficacia.

Questo modo di procedere caratterizza profondamente il senso del mio lavoro ed Alessandro si è sempre mostrato entusiasta di questa metodologia, partecipando il più possibile alle sedute di progettazione e registrazione.

La cosa funziona così: mi siedo di fronte ai miei megacomputer, ho a disposizione uno sterminato universo, fatto di sonorità tradizionali (gli strumenti dell’orchestra) o suoni di pura fantasia, elaborazioni di materiali “concreti” o prodotti da sintesi elettroniche. Una libreria enorme.

Vedo la sequenza da musicare, nelle orecchie mi echeggiano le parole del Nostro (se non ne ho fisicamente il fiato sul collo), tiro un sospiro, mi rilasso e lascio che la musica fluisca liberamente, attraverso le dita, al computer che ne registra ogni alito. I film si musicano da soli!

Periodicamente riascolto il materiale, sempre sincronizzato  sul film s’intende. Quando penso di aver imboccato la strada giusta allora mi fermo e comincia la fase di rifinitura di quella che all’inizio può essere considerata una traccia. Procedo all’arrangiamento, all’orchestrazione, alla convocazione dei musicisti. Alessandro in questi frangenti si è sempre dimostrato una fucina di idee; il flusso ininterrotto dei suoi suggerimenti, puntualizzazioni o critiche, bersaglia in prevalenza il mio orecchio sinistro finendo per rimbombare a dismisura nella scatola cranica prima di depositarsi e sedimentare sul fondo in densi strati. Chiunque potrebbe trovarsi in difficoltà se sottoposto ad un simile trattamento, ma non io. L’entusiasmo per il proprio lavoro è il minimo comun denominatore che ci ha sempre unito e la tensione di questi momenti ha sempre finito per dimostrarsi produttiva.

La lucida analisi razionale di eventi comunque creativi e che quindi per loro natura hanno origine non certo solo da processi logici, è una materia nella quale riconosco in Sandro un grande maestro. Da sempre ha mostrato di possedere il dono della lucidità, della capacità di sfuggire (estraniarsi) alla consequenzialità degli eventi per valutare le cose nell’insieme, dall’alto. I suoi film o spettacoli raramente hanno sbavature e se ci sono vuol dire che ci dovevano essere. Le sue richieste di musica sono puntuali, precise, sempre in linea con lo svolgersi dei sentimenti, mai orpelli decorativi, di cui prova orrore, salvo ogni tanto abbandonarsi in liberatorie e potenti risate quando l’eccesso produce l’iperbole comica.

D’altra parte il suo destino era chiaro a chiunque avesse avuto la ventura di incontrarlo nel ‘71, quando, deposto per una pausa della banda il fido tamburo, lo si poteva vedere seduto sotto un qualche albero divorare con occhi di brace “On the road” di Kerouac, mentre con uno spazzolino da denti spezzato si lisciava instancabilmente i primi folti baffoni neri. Chiunque vedendolo avrebbe potuto vaticinare: “questo ragazzo bisognerà tenerlo d’occhio, potrebbe darci delle sorprese!”.



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(1) “Il Lupo”, direttore della banda divisionale Mantova di stanza a Palmanova (UD); gran fascistone si lanciava quotidianamente in interminabili filippiche contro qualsiasi forma di democrazia. Camminava in modo caracollante perché si narra che i Tedeschi, per ridere, lo fecero correre scalzo sulle sabbie del Sahara. Si faceva il bagno con il VIM CLOREX. Una bestia. Benvenuti dovrebbe scrivere prima o poi un pezzo su quest’uomo.

 

 

 

 

(2) Fatto successo durante la registrazione della colonna sonora di “Zitti e mosca”. La cosa incredibile fu che quando tornò con i panini il tema per il monologo di Athina era pronto.